Buon Compleanno CEO!

vi racconto la vera storia di Conforto, quella che non abbiamo mai raccontato, e che è iniziata proprio nel giorno del compleanno di Maria, il nostro CEO!

Vi racconto la vera storia di Conforto, quella che non abbiamo mai raccontato, e che è iniziata proprio nel giorno del compleanno di Maria, il nostro CEO!

Oggi di due anni fa era un caldissimo lunedì di Maggio. 

L’estate era arrivata prima del tempo, e Maria aveva deciso, all’ultimo minuto, di portarci a cena per il suo compleanno. Si era raccomandata tutto il pomeriggio di vestirci eleganti, perché quella doveva essere, contro ogni pronostico, una serata speciale.

Tanto da riservare per noi l’intero Trabocco, un’antica macchina da pesca realizzata in legno, una piattaforma protesa sul mare e ancorata alla roccia da grossi tronchi di pino d’Aleppo, dalla quale si allunga, sospeso a qualche metro dall’acqua, un sistema di argani e pulegge che sostengono un’enorme rete a maglie strette, come braccia tese verso l’orizzonte. 

Alcuni di questi Trabocchi, ricostruiti negli ultimi anni, avevano perso però da tempo la loro funzione economica, che nei secoli scorsi ne faceva la principale fonte di sostentamento di intere famiglie di pescatori, acquistando, in compenso, il ruolo di simbolo culturale e di attrattiva turistica. Altri, come quello riservato da Maria per la sua festa, erano stati persino convertiti in ristoranti esclusivi.

Sono sicuro che Maria non aveva considerato l’altissimo valore simbolico del luogo nel quale ci aveva invitato, e nemmeno quanto, quest’ultimo, potesse essere legato a filo doppio a quello che stava per succedere alle nostre vite, una lenta e silenziosa rivoluzione che avrebbe messo in discussione le nostre certezze professionali, le nostre radici e il modo di concepire il nostro territorio, del quale, senza ombra di dubbio, il Trabocco ne era l’emblema.

Nessuno di noi si aspettava un invito per quella sera. 

Non dopo quello che era successo appena un mese prima.

Quella mattina, fu proprio lei a chiamarmi, Maria intendo. La suoneria predefinita del cellulare aveva squarciato il silenzio come una lama ben affilata. La sua voce, terrorizzata, colpiva come schiaffi. Una telefonata che sembrava tirarmi via per i capelli dal mondo dei sogni. Il suo singhiozzo inquietante.

<<è morto!>>

<<non c’è più, se n’è andato…come ha potuto fare una cosa del genere?!>>

Buttai giù il telefono farfugliando parole prive di senso. Entrai in doccia e aprii il rubinetto dell’acqua. Fredda. 

Mi vestii velocemente, mentre cercavo di convincermi che fosse soltanto un brutto incubo e che, per la fine della mattinata, il ricordo di quella telefonata sarebbe svanito nel nulla.

E invece chiamai al lavoro e presi un giorno libero, con l’ordine assoluto di non disturbarmi.

Quell’anno ero impegnato nell’apertura di un ristorante. Avevo iniziato molti anni prima, con la convinzione che quello del cameriere fosse un lavoretto per il fine settimana, l’ideale per mantenersi all’università e farsi una birra ogni tanto con gli amici. E invece, di anno in anno, gratifica dopo gratifica, ero diventato uno tra i più giovani e stimati food manager della zona. E questo, chiaramente, mi lusingava. 

Il servizio si era trasformato in gestione delle risorse umane, la creazione di un menù in bilancio previsionale e food cost. Il mio impiego consisteva nell’occuparmi, per la maggior parte del tempo, di scartoffie, problemi, fatture, problemi, pianificazione delle ferie, problemi, compilazione di registri e ancora problemi.

Chiunque avrebbe mollato, schiacciato dall’onere e dal senso di responsabilità. A me, invece, facevano sentire utile a qualcosa. A me facevano sentire vivo.

Maria dice sempre che non conosce una persona più ordinata e dedita al lavoro di me. Mi vedeva affidabile, rassicurante, come quei paesini coi vicoli in cui puoi ancora lasciare la chiave sulla porta. A detta di molti, lo diceva per trovare il lato positivo di una situazione lavorativa piuttosto faticosa. Ma lei, d’altronde, era abituata a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno.

Questo è Maria: una roccia, un aspirante avvocato dalla lingua lunga e dall’intuito infallibile. 

Un azzeccagarbugli 2.0, sempre con le sue risposte fulminee e le sue frasi preconfezionate, messe lì nel taschino, pronte all’uso per uscire dalle impasse in cui spesso tutti noi ci ritrovavamo. Testarda e con una leggera mania di controllo, Maria è capace di pianificare qualsiasi cosa. 

Completamente estranea al mondo della tecnologia, compra, ogni anno, una minuscola agenda nera dove scrive tutti i suoi appuntamenti e i suoi impegni, in una sorta di rito che si ripete da quasi dieci anni. La riconosceresti ovunque per la sua enorme borsa gialla, che pesa tantissimo, ma cosa ci sia realmente dentro non lo ha mai saputo nessuno. 

Ama follemente il vino, ma senza solfiti perché è allergica. Ama anche gli amici. 

Lei ha il dovere morale di dirti quello che pensa, e di rimproverarti quando è necessario. E poi, alla fine, ti ritrovi a doverle dare sempre ragione, anche se non le ho mai sentito pronunciare il fatidico “te l’avevo detto”

È precisa come una spada laser, puntuale come un orologio svizzero, e quando prefigge un traguardo, ci arriva dritta come un carro armato. Si commuove se guarda un tramonto.  Se dovessi descriverla in una parola, non avrei dubbi. Lei è una fenice. È letteralmente risorta dalle sue ceneri. Anzi, ha fatto risorgere anche tutti noi. Quando pensavamo di essere precipitati nel baratro dello sconforto e di aver disintegrato in mille pezzi i nostri cuori, è stata lei a raccogliere i cocci e a rimetterli insieme.

Lei fa uscire il sole dopo la pioggia, e questa dote ce l’ha solo chi sa che, il sole, è in ognuno di noi.

Io e Maria siamo estremamente diversi, ma terribilmente simili: abbiamo fame, abbiamo questa voglia incontenibile di rivalsa. Ci accomunano l’ambizione e la tenacia: c’è sempre qualcosa che vogliamo dimostrare, c’è sempre un ultimo tentativo da provare.

Ma la cosa più bella che abbiamo in comune è Lorenza.

Lorenza è la nostra migliore amica, il nostro occhio di falco. Lei che tutto sa e tutto vede. Sa sempre chi sta arrivando, quando siamo nel nostro bar preferito per il rituale del caffè; avverte prima degli altri quando ci sono amori che stanno nascendo e altri stanno morendo, quelli che lei chiama “movimenti sospetti”. Conosce sempre i pettegolezzi più piccanti e le notizie più fresche. È capace di guardare lontano quanto a fondo. Ti osserva nell’anima, capisce sempre cosa c’è che non va. Non le sfugge niente, mai. 

Ha un fiuto infallibile, ad eccezione degli uomini che frequenta: gira con questa nuvola fantozziana, sulla quale un Cupido malefico sembra farsi gioco di lei, facendole incontrare personaggi dalla discutibile personalità. 

Odia i piedi brutti e le mani brutte, e anche i denti brutti. In realtà odia qualsiasi cosa non rientri in un certo canone estetico e non rispetti, quantomeno, delle regole armoniche basilari. Penso di non conoscere una persona con un così forte senso del bello. Lorenza sa sempre cosa regalare alle persone, sa sempre cosa devi indossare in tutte le occasioni, e, al ristorante, ordina sempre la pietanza migliore. E poi è originale, creativa, estro da vendere. 

Quando sono giù di morale, facciamo lunghi giri in macchina e cantiamo insieme a squarciagola, è il nostro anti-stress. Non c’è niente che le riesca male. 

Lorenza è Lorenza, prendere o lasciare. È sensibile, e sono così le persone sensibili: sentono il doppio e sentono prima, perché, esattamente un passo avanti al corpo, cammina la loro anima.

Quella sera, vista l’aria minacciosa e insistente con la quale Maria ci suggeriva il dress code, avevo deciso di indossare un abito doppiopetto blu e una camicia di seta bianca, lasciata sbottonata, che metteva in risalto la mia carnagione. Ero elegante, ma gli altri erano abituati a vedermi vestito in quel modo. Quello che nessuno di noi si aspettava, invece, era di vedere Chicco senza una delle sue affezionatissime t-shirt. Chicco, in giacca e camicia! 

Chicco è il brontolone del gruppo. In costante disaccordo: se una sera decidi di andare in vineria, lui ha voglia di birra. Se scegli di mangiare cinese, lui vuole cenare dal peruviano.  A volte, è talmente riluttante alle scelte del gruppo, che proponiamo direttamente il contrario di quello che ci va di fare, e, puntualmente, lui opta per l’opposto. Tutti felici!

Scontroso per definizione. Ma è anche pragmatico come pochi al mondo. Chicco è quel tipo di persona che ti controlla se hai chiuso il gas, quando parti in vacanza. È quello che rimette sempre l’acqua al tergicristalli, borbottando continuamente e lamentandosi della nostra totale inettitudine nei confronti della corretta manutenzione della propria auto. E noi ci prendiamo, divertiti, i suoi rimproveri, perché quello è il suo modo di darci attenzioni, perché, anche se non vuole mai dimostrarlo e fa di tutto per impedirlo, se ti vuole bene, te ne accorgi!

Eravamo belli e profumati. Lì, sulla terrazza che consentiva l’accesso al Trabocco. Fumavamo una sigaretta, meravigliati da come il tramonto incendiasse il mare. Ovviamente, uno spettacolo mozzafiato che ci saremmo persi, se Kini fosse arrivato puntuale.

Kini, genio e sregolatezza. È sempre sulla sua nuvola fatta di grandi idee e progetti spaziali. È il tipo di persona che nel mondo del calcio chiameresti fantasista. È un concentrato di stile e noncuranza che gli conferisce quell’aria un pò “urban” che piace tanto alle ragazze. Pranza ad ora di cena e cena ad ora di pranzo. Lavora di notte e dorme di giorno. A volte sparisce per un pò e non lo senti per giorni. Ma in fondo è così che funziona, e lui lo sa, perché alle persone piace sentire la mancanza di qualcuno, più della sua presenza. Fanno così: dicono che vorrebbero qualcuno che non se ne vada mai, poi lo trovano e sai a chi pensano? A chi non c’è.

Eravamo tutti. 

Era quasi un mese che cercavamo di evitarci, ma quella Reunion era necessaria. Sapevamo benissimo che la parola “Noi” era l’ultima cosa che ci era rimasta, nonostante la faccia di ognuno ricordava all’altro cosa era successo in Aprile, e come le cose potessero cambiare da un momento all’altro.

Avevamo preso posto in silenzio. Kini a capotavola, le due ragazze erano sedute lasciando le spalle al mare, che faceva da sfondo perfetto alla loro bellezza. Chicco era vicino a me. 

Le portate si susseguivano con una cadenza quasi regolare, dettando il ritmo dei nostri brindisi ad argomenti scontati, come fossero alibi per la sofferenza e la rabbia che ci portavamo dentro.

Il proprietario del Trabocco ci spiegava entusiasta tutti i sistemi di pesca consentiti da quella trappola sul mare, azionando, con smania di approvazione, leve e carrucole, che portavano fuori dall’acqua centinaia di pesci impazziti. Noi guardavamo con stupore, pensando di compiacerlo. Le pietanze erano prelibatezze, il pesce freschissimo e preparato con maestria. Il proprietario ci spiegava che il segreto del successo di quella cucina fosse la semplicità: cotture veloci ed erbe aromatiche usate con ponderatezza.

Avevamo mangiato tanto e bevuto bene, tanto da raggiungere uno stato di grazia che aveva sciolto la tensione iniziale.

<<a Noi!>> 

Esclamò Maria, agitando il calice verso il cielo. Ci guardava uno per uno, dritto negli occhi, con i suoi che luccicavano dalla commozione. 

Fu quello, con assoluta certezza, il momento in cui ci innamorammo l’uno dell’altro, della nostra amicizia.
<<Ragazzi, perché non facciamo qualcosa insieme? Di imprenditoria, intendo. Non so, apriamo un bar…vendiamo magliette, o pentole, o skateboards!>>

Incalzava Kini.

<<No, ci vuole qualcosa di grandioso, di straordinario!>> Ribatteva Maria, portando lo sguardo verso sinistra, come chi mette in moto, nella propria mente, un lavoro oculato di immaginazione.

<<Sapete cosa sarebbe bello? Fare qualcosa che abbia a che fare col verde, con l’aria aperta…>>

Proponeva Lorenza, mentre Chicco puntualizzava, quasi togliendole la parola e tagliando corto: <<Orti urbani?>>

Io li guardavo attentamente, osservando nei minimi dettagli il loro modo di confrontarsi, il modo in cui il loro corpo si apriva alla conversazione, oppure come gesti di chiusura lasciavano trasparire disaccordo. E, mentre questo flusso creativo scorreva tra di noi, lasciando qua e là indizi su come definire la nostra idea imprenditoriale, dentro di me cominciavano ad avviarsi calcoli sulla fattibilità di quello che i miei amici dicevano.

Si era insinuato, in noi, il bisogno spasmodico di cambiare, consapevoli e rassicurati dalla falsità del “Le cose non cambiano”. Perché il cambiamento è davvero l’unica costante del mondo. L’energia e la materia cambiano di continuo, si trasformano, si combinano, crescono, muoiono. È il fatto che alle persone spaventi il cambiamento che è contro natura: il modo in cui ci teniamo strette le cose come erano invece di lasciarle essere ciò che sono, il modo in cui ci stringiamo ai vecchi ricordi invece di farcene di nuovi, il modo in cui insistiamo nel credere, malgrado tutti i dogma scientifici, che tutto sia per sempre. Solo il cambiamento è per sempre. 

La reazione al cambiamento, beh, dipende da noi. Possiamo sentirlo come una disfatta, o concepirlo come una seconda chance. Se ci lasciamo andare, se molliamo la presa e lasciamo che ci guidi, il cambiamento è adrenalina pura, come se in ogni momento potessimo avere un’altra occasione di vita, come se ogni volta potessimo nascere di nuovo.

Quella sera di maggio, in un luogo meraviglioso baciato dalla luna e cullato dal mare, intorno a quel tavolo ormai spoglio dell’argenteria e di tutte le specialità che avevamo degustato, e che contava ormai qualche decina di bicchieri da liquore, nasceva la volontà di lasciare un segno indelebile nelle nostre vite, di tracciare un solco, un sentiero, una rotta. 

<<Lo facciamo per lui?>> conclusi, allargando le braccia e cercando i miei amici in un abbraccio.

Ci stringemmo forte tutti, per un paio di minuti.

<<Lo facciamo per lui…>>

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